Caso Beppe Franzo: una condanna che solleva più dubbi che certezze
La recente condanna di Beppe Franzo, storico esponente del gruppo ultrà juventino “Quelli di via Filadelfia”, a 3 anni e 11 mesi di carcere per estorsione e associazione a delinquere ha lasciato più di una perplessità. L’intera vicenda, che ha coinvolto diversi esponenti della curva bianconera nel cosiddetto processo “Last Banner”, pone interrogativi sulla proporzionalità della pena e sulla gestione del caso da parte della magistratura.
Un trattamento sproporzionato?
Nel contesto delle tifoserie organizzate, è innegabile che vi siano dinamiche di potere, rapporti di forza e tentativi di pressione sulle società calcistiche. Tuttavia, il processo ha trasformato quelle che tradizionalmente sono dinamiche di contestazione e negoziazione – per quanto talvolta spigolose – in reati di stampo quasi mafioso. L’accusa ha dipinto Franzo e i suoi compagni come un’organizzazione criminale che puntava a imporre il proprio dominio sulla Juventus attraverso metodi intimidatori. Ma si può davvero parlare di estorsione quando si tratta di gruppi di tifosi che cercano di mantenere agevolazioni storicamente concesse dalle società?
Se paragoniamo questa condanna ad altri casi di criminalità ben più grave, emerge una disparità evidente. Ci sono processi per corruzione, bancarotta fraudolenta e reati finanziari, spesso con implicazioni economiche enormi, che si concludono con pene inferiori o addirittura con prescrizioni. Perché, allora, un gruppo di tifosi viene trattato con una severità che sembra sproporzionata rispetto ai fatti contestati?
Un precedente pericoloso
Un altro aspetto inquietante riguarda il precedente che questa condanna potrebbe creare. Per la prima volta, si riconosce un’associazione a delinquere all’interno di un gruppo ultrà, aprendo la strada a un possibile giro di vite su qualsiasi forma di aggregazione che esprima dissenso nei confronti di una società sportiva. Quale sarà il prossimo passo? Criminalizzare qualsiasi protesta organizzata?
Inoltre, è lecito chiedersi quanto abbia pesato la volontà della Juventus di dare un segnale forte dopo anni di gestione poco trasparente del rapporto con la curva. Non è un mistero che le società calcistiche abbiano sempre intrattenuto rapporti più o meno diretti con i gruppi organizzati. L’improvvisa decisione della Juventus di troncare ogni legame e di perseguire legalmente chi protestava appare più come una manovra di riposizionamento che come una reale presa di distanza da certe dinamiche.
Conclusione: giustizia o accanimento?
La condanna di Franzo rischia di essere un monito esemplare più che una reale applicazione della giustizia. Pur non negando che all’interno delle curve possano esistere dinamiche problematiche, trattare i tifosi come una banda criminale strutturata sembra eccessivo. Il rischio è che questa sentenza diventi un precedente pericoloso, che permetta in futuro di reprimere con strumenti giudiziari sproporzionati qualsiasi forma di aggregazione scomoda.
Il calcio italiano, anziché affrontare in modo trasparente il rapporto tra club e tifoserie, sembra aver scelto la strada più semplice: scaricare tutte le colpe su chi sta sugli spalti. Ma la giustizia non dovrebbe essere uno strumento di gestione politica del tifo.